La metamorfosi kafkiana

  • Chiara 

Sono sempre Annarella, ho sempre 45 anni, son passati tre mesi e qui è successo un gran casino.

I revisori a un certo punto sono scomparsi dall’orizzonte, in Direzione eran tutti tesi. Ci sono state settimane dove il silenzio suonava più forte delle urla del capo della produzione.

Poi un giorno l’amministratore delegato, figlio maggiore dell’Ingegnere, il Giovanni, è entrato nel mio ufficio per salutarmi. Non l’aveva mai fatto. Figuriamoci se il principe mette piede nella mia stanza. Mi ha stretto la mano, mi ha detto felice: ‘Ce l’abbiamo fatta, finalmente ce ne andiamo.’ Ha sorriso, è uscito e mi ha lasciato lì come una pera cotta.

E adesso?

La mattina dopo c’è stata una grande riunione, in mensa: c’eravamo tutti ma proprio tutti tutti, anche quelli della vigilanza. Aspettavamo seduti ai nostri posti, un po’ rigidi sulle sedie, quando sono entrati i nuovi proprietari, quelli che si con comprati tutto, anche me. Sono due donne. Non ci credeva nessuno. Due fighette che avran forse la mia età, figlie ciascuna di un ricco imprenditore di qui, si vede che sono amiche da come le ho viste chiacchierare all’ingresso. Coi loro tailleur scuri, le scarpe di marca, il trucco perfetto, sono rimaste in piedi davanti a noi, ci hanno sorriso, ci hanno detto buongiorno. E ci hanno spiegato con una freddezza inaudita che si son comprate l’azienda perché trovano che ci sia *grande potenziale di crescita*, che vogliono portare innovazione e valore, che verranno tempi di cambiamento e lavoro. Ci han chiesto di presentarci, ma sembravano sapere già tutto. Poi hanno fatto entrare un altro ragazzo giovane, ingegnere anche lui, e ci han detto che da oggi lui è il direttore generale.

Sono uscite dal parcheggio con le loro macchine di lusso, noi siamo tornati al nostro posto e non è successo niente. Niente di niente di niente.

Vi giuro, è assurdo. E’ qualche settimana che va tutto al contrario, non cambia niente, il disordine cresce entropicamente. L’ingegnerino passa le sue giornate a parlare coi capi, chiuso dentro il suo ufficio. Nei corridoi si borbotta che qualcuno andrà a casa, che saranno assunte nuove persone ma non si sa a far cosa, che cambierà tutto. Nel frattempo però non cambia niente.

I fornitori chiamano per reclamare ritardi nei pagamenti: il direttore amministrativo ci dice di dire che è tutto bloccato causa cambio dei poteri bancari (ma gli stipendi sono arrivati come sempre, puntuali). In magazzino fan quello che vogliono: il vecchio capo che aveva scelto l’Ingegnere non ha mai dato un ordine e adesso loro si sentono liberi di fare gli anarchici e ritardano tutte le consegne. Nessuno batte ciglio. Ma i clienti chiamano qui, lamentandosi.

Le colleghe al servizio clienti girano per i corridoi come schegge impazzite: hanno mille domande, ma il capo è sempre in riunione con l’ingegnerino.

Ogni tanto, ve lo dico sinceramente, mi chiedo che fine faremo. Non credo che un’azienda possa andare avanti solo perché ci sono delle persone che si chiamano capi che stanno in sala riunioni. Vanno avanti perché la gente lavora. Ma noi non abbiamo istruzioni, nessuno sa che fare, nemmeno chi una volta aveva tante certezze. Di più, nessuno ci ha chiesto cosa facciamo veramente, di lavoro.

Dicono che uscirà un nuovo organigramma, ma son passate settimane, non è uscito un bel niente.

E nel frattempo? E’ arrivata l’ennesima squadra di consulenti in grigio che dicono che cambieranno il sistema informativo. Già, ci manca solo questa.

Non so che dire, ma ho un po’ paura. Sono sempre Annarella, tra un po’ di anni ne avrò 46. Son passati tre mesi, qui non si capisce niente e non sono più tanto sicura di poter dire che lavoro faccio, oggi.

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