ricordi dal not for profit

  • Chiara 

Ho incontrato una persona, oggi, che mi ha parlato di un fenomeno che per lui è inconoscibile, da consulente: una startup innovativa a vocazione sociale. Mi son sorpresa a guardarmi mentre lo ascoltavo parlare: mai sentito niente di più familiare, invece.

Una startup.

Innovativa.

A vocazione sociale.

Cazzo. Mi è venuto un ricordo. L’ho ricacciato indietro.

Gli ho spiegato perché, al contrario di lui, di quella palla ingestibile di invenzione,

complessità,

disordine,

io so tutto. E quello che non so lo riconosco dall’odore.

Mi sono infervorata un po’ più del solito: la mia non profit manager interiore ha fatto capolino nella conversazione senza che me ne accorgessi. L’ho ricacciata indietro, anche lei.

Di queste due operazioni di negazione successive, a distanza di meno di mezz’ora, in effetti un po’ mi vergogno: rispedisco al mittente le emozioni come un nichilista che rinnega il periodo di acceso volontariato svolto in tarda adolescenza? No, beh, no.

Non ero adolescente, non sono nichilista, e non era nemmeno volontariato. La verità è che era il lavoro più bello del mondo e per quanto io continui a dire che tanto lavoro ha un senso, beh, quello ne aveva di più: facevo cose che servivano a qualcuno.

Servivano, già. E vi ricordo che servire è divino.

Casualmente, visto che niente succede per caso, è finita che mi son fregata con le mie mani, grazie alle mie fisse da perfezionista: mi son messa a cercare ‘quella recensione’ su internet, che ovviamente non c’è più. Allora mi sono incaponita e mi sono messa a cercarla sul mio hard disk. Non l’ho trovata. Però ho sbattuto la faccia sulla tesina di Elena e ho avuto la faccia tosta di rileggerla. Così mi son commossa, brava cretina che sono.

Cosa cercavo?

Cercavo ‘quella recensione’. Quella.

Sì perché io sono tornata dal master in economia e gestione delle aziende senza scopo di lucro piena di idee e di entusiasmo e le ho applicate tutte, ma proprio tutte, dalla Fondazione Cariplo a Banca Etica, dalla citazione in nota integrativa dei consigli del Codice delle ANP alla costruzione della redazione zero del bilancio sociale di una ONLUS. Mi sono incaponita e l’ho fatto, io, assieme alla squinternata che mi ha dato retta, Katarina, e ad Elena, stagista del master che abbiamo accolto in azienda.

Il bilancio sociale della DEDO noi non l’abbiamo solo scritto, non era solo bellissimo. Noi l’abbiamo anche stampato e con la strafottenza che hanno solo i migliori, perché tutti i migliori sono matti, l’abbiamo (in effetti lo ho) anche spedito a Terzo Settore. [Cos’è Terzo Settore? Per i non addetti ai lavori è la rivista de Il Sole 24 Ore dedicata al non profit.]

Ci recensirono. Ma chi? Terzo Settore? La rivista de Il Sole 24 Ore? Vi ha recensite???

Sì, cazzo.

Una recensione così così, niente di eccezionale, tanto che ci ero anche rimasta male. Poi ci ho pensato, mille e mille volte: sei un cazzo di nessuno qualunque che, in un contesto in cui ancora non ci sono modelli e sono tutti pionieri e nessuno lo fa, non solo scrivi un bilancio sociale, ma lo scrivi anche bene, con tutti i fondamenti dello stato dell’arte, lo scrivi che si capisce. E non solo lo pubblichi, te lo recensisce anche la stampa di settore dicendo che non è malaccio. Quanto fiera avrei dovuto esserne?

Non so che ne abbian pensato Katarina o Elena, so che se ci ripenso adesso, e se poi ripenso che avevo sì e no 28 anni, mi stringo la mano da sola. Io sì, che ero brava. E pensare che adesso sono ancora meglio.

Beh, la recensione non l’ho trovata. E se, di voi che mi leggete, non c’è nessuno che l’ha conservata… ho perso per sempre una delle migliori certificazioni di capacità che si possano ottenere. Però…

però ho trovato la tesi di master di Elena, che di questa storia racconta la storia.

Sì, c’è tutta la teoria. Sì, ci sono anche le baggianate da consulente che parlano della ‘partecipazione dell’organizzazione’ quando in due ci siamo fatte un culo così nei ritagli di tempo per dare una mano alla nostra stagista coi riccioli rossi che si spaccava la testa per recuperare informazioni da specialisti che non le davano la minima retta. Poi però ci sono i pezzi del documento, quello stupido font così semplice e naive che è il Century Gothic, il bianco, l’arancio e le foto dei bambini che stavano con quelli della DEDO. Ci sono tutti i miei ricordi, lì dentro.

Il miliardo di parole che ho scritto, quando non scrivevo più, l’ho scritto per la DEDO, blaterando che missione, visione e carta dei valori erano fondamentali. Del miliardo di parole che ho scritto non ricordavo più niente, fino a mezz’ora fa.

Nella tesi di Elena, c’è una pagina in cui lei discute delle “dimensioni critiche nello sviluppo di un efficace sistema di rendicontazione sociale” e dice: Critico è il collegamento della missione con gli obiettivi strategici e la loro efficace rappresentazione: «Facciamo del vostro benessere la nostra missione»

Su questa frase, onestamente, mi si è spalancato il cuore.

L’ho scritta io.

Voleva dire tanto.

Mi sono ricordata di tutti i visi, col cuore spalancato. Di tutti i vostri visi, sì, che mi stiate leggendo o non. Dei visi, della mia me Cassandra, ma soprattutto del grande senso che aveva fare un buon lavoro, quando i risultati si toccavano con le dita e leccavano con la lingua.

Ne ho viste decine e decine di aziende, son stata sempre brava ugualmente, la mia perfetta, insopportabile, me stessa. Non mi sono mai più arrabbiata così, non mi sono mai più divertita così. L’unica cosa che non è cambiata è che continuano a lamentarsi tutti del fatto che sono eccessiva e poi ho ragione io.

Cinque e rotti anni dopo il mio ‘in qualche modo, arrivederci‘, otto anni dopo il mio addio forzato, non mi viene la nostalgia, mi viene la commozione. Ho messo tutto ciò che avevo da dare al servizio, a qualcosa è servito, a qualcuno è piaciuto. E se sommo, oggi, le cose che ho imparato, quelle che ho insegnato, le persone che ho cresciuto e la cose che ho inventato, quasi quasi mi chiedo perché sono cento giorni che non faccio niente di nuovo.

Ho le lacrime agli occhi: se qualcuno di voi mi legge, lo sa che vi sto abbracciando. Il più bel Dream Team che io abbia fatto l’ho fatto alla DEDO.

Chissà che dopo tanto tempo non mi riesca qualcosa di meglio ancora.

Vado a pensare alla startup innovativa! 😉

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